mario bertola: diario e memorie

le memorie di mario e della sua lotta contro l' acna e per una valle bormida viva

martedì, settembre 13, 2005

cap. 10 tre giorni di umiliazioni

TRE GIORNI DI UMILIAZIONI

19/20/21/ MAGGIO 1989….TRE GIORNI CHE NON POSSO E NON VOGLIO DIMENTICARE………

“Le strade che dal Piemonte portano al mare passano da Cengio..………” suonavano così le parole di Don PIER PAOLO, urlate al megafono in piazza a Cengio, nel bel mezzo ad una manifestazione contro l’ACNA.
Con quelle parole Don Pier Paolo auspicava che un giorno, prima o poi, piemontesi e abitanti di Cengio si sarebbero trovati d’accordo nel lavoro e nello svago.
Da quel giorno sono trascorsi parecchi anni.
Quella strada che porta al mare è stata percorsa da migliaia di piemontesi, ed io stesso l’ ho percorsa centinaia di volte.
L’ ho percorsa in macchina, qualche volta in bicicletta, a volte da solo, a volte in compagnia.
Saliceto è l’ultimo paese del Piemonte, dopo il quale, proseguendo verso il mare per un paio di chilometri, incomincia un breve tratto di salita in cima alla quale finisce il Piemonte e incomincia la Liguria.
In quel punto, sulla destra, si intravede lo stabilimento dell’ACNA, circondato dai suoi veleni.
Quel luogo che divide le due Regioni, si chiama “pian Rocchetta”, la salita prima del confine viene anche detta “alla Madonnina” e prende il nome da una cappella con il tetto aguzzo che è sulla destra a metà della salita.
Un tratto di strada tra la folta vegetazione, insignificante per un normale passeggero, ma drammatico per chi come me ha vissuto quei tre giorni “indelebili “ del 19-20-21 Maggio del 1989.
Ancora adesso, percorrendo quei trecento metri che separano il Piemonte dalla Liguria, mi sento attraversare il corpo da una sensazione strana di freddo e di ribrezzo.
Davanti a me vedo ancora la gente seduta per terra in mezzo all’asfalto.
Sento ancora le urla di spavento, i sassi rimbalzare nel fiume, il rombo dei trattori, gli spari e i fumi dei lacrimogeni.
Sento ancora i colpi delle manganellate sulle donne e sui bambini.
Era un triste venerdì di Maggio, erano trentun giorni che controllavamo a vista l’ACNA con la nostra presenza giorno e notte.
Sono stati trentun giorni di presidio, tra il freddo e l’umidità, laggiù in quella terra maledetta da DIO, tra puzza, veleni, ma, peggio ancora, tra insulti e beffe.
Tutta la valle in quei trentun giorni ha avuto modo di conoscere la parte più porca dell’ACNA: lo scarico, le colline di rifiuti tossici sulle quali vi cresceva l’erba con colori strani.
In molti hanno visto l’acqua che scendeva dal cielo come benefica pioggia, a contatto con la terra, formare pozzanghere rosse.
E’ stato un via vai di gente che arrivava, osservava e ripartiva triste in volto come si fa quando si rende omaggio ad una persona defunta.
La gente vedeva, capiva e la nostra presenza costante rendeva la fabbrica schiava, con le mani legate.
E’ per quel motivo che provarono in tutti i modi, senza mai riuscirci, a cacciarci via da quel buco.
Ogni volta che provavano a cacciarci da quel fazzoletto di terra, noi sempre più uniti e numerosi a resistere.
Finché un giorno la direzione aziendale, d’accordo con i sindacalisti e col sindaco di Cengio, escogitò un vero e proprio complotto.
Organizzarono per il pomeriggio di venerdì 19 un'assemblea pubblica, sul ciglio della strada di Pian Rocchetta, a poche centinaia di metri dal presidio.
La notizia si diffuse in valle nella mattinata di Venerdì, e tutti capimmo il rischio che correvano i nostri amici imprigionati sotto la tendopoli in riva al fiume.
Io arrivai a Pian Rocchetta verso le 14:00: sul ciglio della strada, su per la Madonnina, c’erano già una ventina di macchine.
In cima alla salita, proprio sul confine con la Liguria, la strada era sbarrata da numerosi carabinieri e poliziotti. Una quarantina di valligiani stava discutendo con le forze dell’ordine: le disposizioni erano indiscutibili, i Piemontesi non potevano passare.
Dall’altra parte del cordone umano invece, chi arrivava da Cengio, poteva tranquillamente scendere dalla stradina che portava al fiume.
A noi non rimaneva altro che aspettare impotenti, cercando in tutti i modi di avere notizie dei nostri.
Le notizie che ci arrivavano non erano tranquillizzanti.
Qualcuno al mattino era riuscito a scendere e al presidio erano al massimo una cinquantina, tra cui tante donne.
La gente intervenuta all’assemblea aveva già cominciato ad insultare i Piemontesi.
Dalla bassa valle Bormida continuava ad arrivare gente e alle ore 16 eravamo circa trecento persone, bloccate sulla statale.
Oltre il confine le persone continuavano ad essere libere di scendere e salire dal fiume. La situazione degenerò quando dal presidio salì sulla statale una macchina con tre persone a bordo. La macchina era tutta ammaccata, dalla cappotta alla portiera e si fermò in mezzo a noi. Le tre persone che scesero erano stravolte, occhi sbarrati dallo spavento. EBE (una delle persone a bordo) era irriconoscibile. Aveva il vestito stracciato e gli occhi fuori dalle orbite per lo spavento, sembrava in preda al demonio.
Fece in tempo ad aprire la portiera e urlare con tutta la voce che aveva in corpo: ”giù al presidio…li ammazzano tutti!…li ammazzano tutti!”. Poi stramazzò al suolo ansimante.
Ci fu un tumulto generale, ognuno agì a modo suo.
Qualcuno cominciò ad imprecare contro le forze dell’ordine, qualcuno invece cercò di trattare con loro per scendere scortato al presidio.
Io, spinto da una forza misteriosa, mi tuffai senza neanche riflettere giù dalla scarpata verso il fiume, La vegetazione era fitta di lunghi rovi e liane intrecciate, solo un animale selvatico o una persona imbestialita, poteva farcela a scendere a valle.
Quando finalmente arrivai sulla ferrovia, mi resi conto di non essere solo. Altri disgraziati come me avevano tentato la stessa avventura, in punti diversi ma con lo stesso risultato: vestiti strappati e graffi dappertutto.
Seguendo la ferrovia sarebbe stato facile raggiungere il presidio, ma poco più avanti, su di una galleria che avremmo dovuto oltrepassare, c’era qualche carabiniere e tanti Liguri che già cominciavano a urlarci parolacce e tirarci pietre, come fossimo dei cani randagi.
E noi, come cani mortificati, indietreggiammo di qualche passo e ci fermammo a riflettere.
Il percorso della ferrovia era da scartare, l’unico tentativo era scendere ancora un po’ e seguire controcorrente il Bormida, che in quel punto faceva un lungo giro intorno alle case abbandonate di Brignoletta.
Per avere maggiore probabilità di riuscita era consigliabile aspettare la notte per non essere visti.
Indietreggiai ancora qualche passo e mi sedetti da solo ai piedi di un cespuglio.
Lì la mia personalità si sdoppiò.
C’era una parte di me che mi spingeva avanti coraggioso, a testa alta, pronto ad affrontare qualsiasi situazione pur di arrivare a portare un sostegno ai miei amici al presidio.
L’altra parte però mi spingeva indietro, mi metteva davanti la famiglia in ansia, l’impegno con il lavoro.
Mi sentivo metà leone e metà coniglio.
Vinse, non senza sofferenza, la parte del coniglio.
Un mio conoscente, che chiamerò PIERO, ebbe più coraggio di me, proseguì verso il fiume passando a ridosso della “schifosa” discarica di Pian Rocchetta e attese la notte accovacciato in una radura, in silenzio, senza neanche poter tossire, perché poco lontano, su un ponticello, alcuni sostenitori dell’ACNA erano di sentinella.
Da quel punto infernale si udivano gli insulti urlati al megafono, rivolti ai piemontesi: «vi cacceremo come topi di fogna!» e poi ancora «bagasce verdi!…bastardi!…».
Verso le 20:30 una tempesta di sassi e il rumore dei rami rotti a poche decine di metri da PIERO.
Un gruppo di Piemontesi, forse venti, forse quaranta, diretti verso il presidio erano stati scoperti e presi d’assalto.
Celerini e Carabinieri, con pistole e manganelli alla mano, accompagnarono gli sfortunati avventurieri sulla statale, come fossero un branco di animali.
PIERO pazientò ancora qualche ora e la notte finalmente scese.
Quelle persone sul ponte emanavano ombre gigantesche sotto la luna piena e facevano ancora più paura.
Di colpo un fruscio e un rumore di passi.
PIERO si rimpicciolì dallo spavento, ma presto comprese che il gruppo di persone arrivate alle sue spalle era Piemontesi, spaventati come lui e impegnati per la stessa causa.
Gli insulti con il megafono continuavano e le rocche al di là del fiume ne alteravano la voce con l’eco.
Ad un tratto, più in su, verso le case disabitate di Brignoletta, c’è un tafferuglio, le lunghe ombre sul ponte si dirigono in quella direzione…..è il momento di agire.
Il gruppo con PIERO, si guardò negli occhi senza parlare e partì in silenzio verso l’accampamento.
Si scorgono le prime tende in lontananza, ancora qualche passo, poi la scena, da film western, che commuove e nello stesso tempo da forza e coraggio al gruppo.
Uomini e donne in piedi intorno al falò che cantano tenendosi per mano.
Le ultime centinaia di metri, PIERO e i suoi, le corsero tutte d’un fiato, incuranti dei sassi che piovevano dall’alto, senza sentire neanche le manganellate dei Celerini: è fatta!…abbracci,lacrime, vere urla di gioia.
Con quella carica di ottimismo nessuno si preoccupò nel vedere i Celerini del reparto antisommossa del super carcere di Cuneo avanzare in assetto di guerra, incitati dai Cengesi al megafono.
La carica ebbe inizio e i Piemontesi si sdraiarono a terra attorno al fuoco, cantando “viva l’Italia” di De Gregori.
Uno a uno, di peso, li caricarono sui furgoni della Celere e li portarono sulla statale a Pian Rocchetta, in territorio Piemontese.
Caricato l’ultimo, le forze dell’ordine si scagliarono sulle tende danneggiandole rovinosamente, come avessero voluto scaricasi di dosso chi sa quale vendetta.
Erano le 4 del mattino di SABATO 20 MAGGIO.

Altra giornata di "carica"

Noi gente della valle BORMIDA, non ci arrendiamo così facilmente alla prepotenza del potere, consapevoli di essere dalla parte della ragione, e il solo fatto di essere più deboli non basta a fermarci.
E così al Sabato, verso mezzogiorno, quando sono arrivato nuovamente a Pian Rocchetta, ho trovato mezza valle in strada, bloccata da un triplo cordone di polizia, armati di manganelli, visiera del casco sul volto e lo scudo di plastica davanti al corpo.
Dietro al triplice cordone, i furgoni carichi di altri poliziotti.
Il nostro obiettivo era di riprendere il presidio, per continuare a controllare la fabbrica dei veleni….ma con quello schieramento non sarebbe passata neanche una talpa.
La gente dalla bassa valle continuava ad arrivare, uomini giovani e vecchi, donne e bambini.
Era una vera marea di gente, e già si sentivano i rumori dei trattori che arrivavano come rinforzi e come simbolo del lavoro di campagna, quel lavoro di campagna che è stato il primo a subire i danni dell’inquinamento.
Ed eccoli allora i trattori: uno, cinque, dieci, arrivano e si sistemano davanti e si fermano a pochi passi dai poliziotti.
Si guardano in faccia come per valutare chi è il più forte.
La tensione sale ma poi prevale il buon senso.
Alcuni dell’associazione “Val Bormida Pulita”, con qualche sindaco e qualche senatore piemontese, stavano trattando con il sindaco di Cengio, per poter tornare al presidio. Il tempo passava e non c’erano segnali di accordo, intanto, voltatomi indietro, vedevo tutta la salita della Madonnina gremita di gente, e dietro ancora altri Carabinieri chiudevano la strada con i cellulari di traverso sulla strada.
Eravamo in sostanza chiusi come in una gabbia, ed eravamo tutti consapevoli che la situazione si stava facendo critica.
I motori dei trattori erano spenti, i Celerini in prima fila mi sembravano molto agitati, come se fossero impazienti di attaccare.
Provai a guardare uno a uno gli occhi di quei volti giovani e cercai di capire cosa potevano pensare di noi, di quella situazione.
Certamente loro non sapevano nulla di noi e si limitavano a eseguire ordini.
Come il trattore aspettava il comando dell’uomo, così il giovane Celerino aspettava il comando da un superiore.
Quel comando non tardò ad arrivare e trovò tutti presi alla sprovvista.
In contemporanea un trattore fece avviamento e ci furono quattro spari di fucile: due a destra e due a sinistra.
Fu tutto un fumo e un inferno di manganellate.
Tutti che urlavano e non sapevano dove scappare.
E’ una scena che rivedo chiara e nitida a distanza di anni, ma che con la penna non sono in grado di descrivere.
Io ricevetti solo una manganellata di striscio sull’orecchio sinistro, e quella mi penetrò nel cuore ferendolo moralmente.
Mi sentivo così umiliato e offeso dentro che non sentivo neanche il male fisico.
Il tempo di prendere fiato, poi d’un tratto mi sentii trasformato.
Vidi la situazione sotto un altro punto di vista, accettai quella manganellata non come un’umiliazione, ma con onore.
Sì proprio così, finalmente anch’io stavo soffrendo la mia parte in quella triste storia: avrei potuto guardare in faccia gli eroi che avevo abbandonato la sera prima, senza più arrossire.
Sono tornato sui miei passi, non indietreggiai più, ma il tumulto era grande e la gente correva coprendosi gli occhi.
Ebbi modo di aiutare un ragazzo in difficoltà, poi trovai DEBORA che piangeva spaventata, perché suo papà stava sanguinando.
Il fumo dei lacrimogeni e il bruciore degli occhi e della gola mi fecero perdere l’orientamento.
Non so se passò un minuto o un’ora, ma quando mi guardai intorno, la strada che conduceva a valle, ai nostri paesi, era libera. I Carabinieri avevano tolto le loro camionette.
Sul confine invece tutto era come prima: i Celerini erano di nuovo al loro posto, col casco e la visiera in testa, lo scudo e il manganello in mano.
Erano pronti per un nuovo attacco, ma noi avevamo il morale a terra e adagio, adagio, dopo averci fissato appuntamento per l’indomani, ce ne andammo garbatamente. Ancora una volta aveva vinto la forza e la prepotenza.
Quella notte, sotto la tendopoli semideserta al presidio, si fermarono a rappresentarci i Senatori Carla Nespolo e Giuseppe Visca, l’On. Rosa Filippini, il Consigliere regionale ligure Lasagna, i Sindaci Barabino (di Terzo) e Toppia (di Perletto).

Domenica 21

Per il terzo giorno consecutivo mi trovai nel medesimo tratto di strada sul confine della Liguria.
La scena sempre la stessa, tanta gente intorno a me, la strada sbarrata dai poliziotti e i Celerini armati fino ai denti.
Nei volti che mi circondano, leggo tanto sconforto, stanchezza e pessimismo.
Siamo in tanti ma ci sentiamo soli e abbandonati da tutti.
Nessuno ha più voglia di urlare: niente slogan, nessuna imprecazione, solo qualche mormorio qua e là. Urlare non serve, tanto, nessuno ci sente.
La trattativa col Sindaco di Cengio è ricominciata e per noi, seduti sull’asfalto bollente dal sole di Maggio, il tempo sembra non passare più.
Finalmente arriva la notizia, l’accordo è stato raggiunto!
Ci viene spiegato chiaramente al megafono: si può accedere al presidio non più di cinque persone alla volta, dette persone dovranno essere identificate e dovranno lasciare le loro generalità su di un registro.Anche i Liguri possono accedere al presidio con le stesse modalità dei Piemontesi.
Già da subito si può scendere a quel che resta del presidio e in tanti si fanno avanti e formano tanti gruppetti da cinque persone.
Ad un certo punto vengo identificato da un impiegato comunale del mio paese, che mi invita ad andare con lui al presidio per smontare quello che resta della mia tenda da campeggio che avevo piazzato la prima sera del presidio, il 20 Aprile.
Non provo neanche a descrivere quello che ho provato nel ritornare in quel luogo, non ne sarei capace.
La spola da Pian Rocchetta al greto del fiume continuò a gruppi da cinque persone, fino a sera inoltrata, e dopo aver reso omaggio a quel luogo “profanato” abbiamo fatto ritorno alle nostre case mestamente.
Ognuno con i suoi ricordi, le sue delusioni, le sue considerazioni.
Ognuno di noi aveva qualcosa da raccontare e qualcosa da tacere.
Oggi sono passato da Cengio per l’ennesima volta.
L’ACNA è chiusa anche se alcuni camini fumano ancora, percorrendo quel tratto di strada, ho rivissuto seppur per pochi minuti, le emozioni e i brividi di quei tre giorni. Sono passati tredici anni e non ho ancora dimenticato.
Passerò ancora per quella strada che porta al mare, mi fermerò ancora al bar o in festa a Cengio.
Non porterò rancore a nessuno ma non chiedetemi di dimenticare.

MARIO BERTOLA